Oggi è un imputato «incapace di partecipare coscientemente al processo» “Meta bis” a Reggio Calabria. Finale drammatico di un’esistenza segnata dalla ‘ndrangheta e da una latitanza durata oltre vent'anni nei quali è riuscito a sfuggire alla cattura senza mai allontanarsi davvero dal suo territorio. Ha attraversato la stagione più sanguinosa della criminalità organizzata reggina, partecipato alla guerra di mafia che ha lasciato centinaia di morti sull'asfalto e costruito un sistema di potere capace di condizionare gli equilibri della 'ndrangheta e l'economia della città. Pasquale Condello, detto “il Supremo”, è stato uno dei boss più potenti e temuti della storia criminale calabrese. Un uomo che, secondo gli investigatori, non delegava le decisioni e pretendeva di mantenere il controllo diretto su ogni aspetto della propria organizzazione.

Da braccio destro dei De Stefano al vertice della 'ndrangheta

La sua ascesa comincia negli anni Ottanta, all'interno delle dinamiche della cosca De Stefano. Condello è inizialmente uno degli uomini più vicini a Paolo De Stefano, il boss di Archi destinato a diventare uno dei protagonisti della prima guerra di mafia. Ma gli equilibri cambiano rapidamente. Con l'avvio della fase secessionista rispetto alle file destefaniane, il futuro Supremo comincia a costruire uno spazio autonomo, facendo leva anche sui legami familiari con Antonino Imerti, boss di Fiumara di Muro.

In un'informativa dei carabinieri viene descritto come un soggetto «bramoso di conquistare uno spazio autonomo». Una strategia che lo avrebbe progressivamente portato a trasformarsi da uomo di fiducia dei De Stefano a figura centrale della criminalità organizzata reggina. La seconda guerra di mafia, combattuta tra il 1985 e il 1991, segna definitivamente la sua ascesa. Una stagione di violenza senza precedenti, che mette in ginocchio Reggio Calabria e lascia sul terreno oltre 700 vittime.

Il collaboratore di giustizia Giacomo Lauro, ricostruendo gli assetti della famiglia Condello, ne descrive così il ruolo: «Nella famiglia Condello – si legge in un verbale del collaboratore di giustizia – capo incontrastato era Pasquale detto “il Supremo” che ricopriva il grado di santista. Peraltro, Pasquale Condello è un personaggio molto assolutista e non consente a nessuno di intromettersi nelle sue decisioni. Durante la prima guerra di mafia il Pasquale Condello si distinse moltissimo per i numerosi omicidi portati a compimento su ordine dei vertici dei sodalizi alleati, tanto da diventare in pochissimo tempo il braccio destro di Paolo De Stefano».

Gli accordi del 1991 e il controllo degli affari criminali

La fine della seconda guerra di mafia non coincide con la fine delle ostilità, ma apre una nuova fase nella gestione del potere. Gli accordi del 1991 ridisegnano gli equilibri tra i gruppi criminali e introducono una sorta di regolamentazione delle principali attività illecite, per evitare sovrapposizioni e conflitti tra le cosche.

È ancora Giacomo Lauro a raccontare il funzionamento di quel sistema sia per il racker delle estorsioni organizzato per «evitare una duplicazione di richieste che sarebbe stata controproducente per la “serietà” dell’organizzazione», sia per lo spaccio di stupefacenti e per le rapine: si decise che il ricavato sarebbe finito nelle mani di Pasquale Condello per il gruppo condelliano o a Giovanni Tegano (deceduto) per quello destefaniano. A quel punto i due, «prima di procedere alla ripartizione tra i vari gruppi collegati, con una cadenza che doveva essere mensile, dovevano mettere da parte una quota per le spese legali, per i carcerati e per le vedove».

È il ritratto di un'organizzazione strutturata, nella quale le attività criminali vengono coordinate ai livelli più alti e i proventi redistribuiti secondo regole condivise. Condello diventa uno dei principali punti di riferimento di questo sistema, con un potere che non si esaurisce nel controllo del territorio di Archi, ma si estende agli equilibri complessivi della criminalità reggina.

Il boss che non lasciò mai Reggio durante la latitanza

Dal 1986 al 2008 Condello riesce a sottrarsi alla cattura. Una latitanza durata oltre vent'anni, trascorsa senza abbandonare la provincia di Reggio Calabria. Una scelta che rispondeva a una precisa logica criminale: un capo non può lasciare il proprio territorio, perché rischierebbe di perdere il controllo degli uomini, degli affari e degli equilibri costruiti nel tempo.

Su di lui pendono sei ergastoli definitivi, tra cui quello per l'omicidio del 1989 di Ludovico Ligato, ex deputato e presidente delle Ferrovie dello Stato. Eppure “il Supremo” continua a esercitare il proprio ruolo attraverso una rete di fiancheggiatori, prestanome e uomini di fiducia che gli consente di mantenere i contatti con l'esterno e di gestire le attività illecite.

Gli investigatori descrivono la sua rete come una sorta di «sistema solare», nel quale il boss rappresenta il centro attorno al quale ruotano i suoi luogotenenti. Soltanto pochi conoscono i suoi rifugi, mentre gli altri intermediari assicurano il funzionamento della rete. Le indagini del Ros restituiscono il profilo di un uomo che pretende di conservare il controllo assoluto: Condello «poteva fidarsi solo di sé stesso. Non ha mai delegato altri soggetti a decidere per lui».

La sua rete di relazioni, secondo la ricostruzione investigativa, gli avrebbe consentito di continuare a gestire gli affari criminali anche attraverso prestanome insospettabili e funzionari dello Stato compiacenti. Un sistema di potere che non si interrompe neppure mentre il boss è costretto a nascondersi, con i carabinieri che per anni seguono le tracce dei suoi movimenti e dei suoi contatti.

La cattura a Pellaro e la fine di una latitanza durata 22 anni

La svolta arriva il 18 febbraio 2008. I carabinieri del Ros di Reggio Calabria, guidati dal generale Valerio Giardina e dal colonnello Gerardo Lardieri, individuano Condello in via Filici, a Pellaro. Il boss viene arrestato dopo una latitanza durata dal 1986. Una cattura che segna un passaggio decisivo per gli equilibri della criminalità organizzata reggina.

Il giorno dell'arresto, rivolgendosi ai magistrati, avrebbe pronunciato una frase rimasta nella memoria investigativa: «Adesso vedrete cosa succederà». Parole che restituiscono il carattere di un uomo abituato a considerarsi il centro di ogni decisione e a esercitare il proprio potere senza intermediari.

A coordinare le indagini che portarono alla sua cattura furono l'allora procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e il sostituto procuratore generale Domenico Galletta. Un lavoro investigativo che consentì di ricostruire la rete di protezione del latitante e il sistema attraverso il quale continuava a esercitare la propria influenza.

Il 41 bis e il progressivo isolamento

Dopo l'arresto comincia una nuova fase della vita di Condello. Il boss viene sottoposto al regime di carcere duro del 41 bis, nel quale rimane per anni, lontano dal territorio che aveva controllato e dalla rete di relazioni che aveva contribuito a costruire. Con il passare del tempo emergono segnali di un progressivo deterioramento delle sue condizioni.

Già il 13 aprile 2016, durante un'udienza, si era presentato con una bandana in testa e un sacco dell'immondizia in mano. Il suo legale di allora, l'avvocato Francesco Calabrese, aveva dovuto faticare per convincere il giudice a non interpretare quell'atteggiamento come un rifiuto di partecipare al processo. Negli anni successivi la situazione sarebbe ulteriormente peggiorata, fino alla scelta di rifiutare i colloqui con i familiari e persino gli incontri con i propri avvocati.

Il percorso giudiziario del boss si è incrociato nuovamente con quello dell'inchiesta Meta bis, nella quale era accusato, insieme ad altri esponenti di vertice della 'ndrangheta, di far parte di un direttorio criminale sovraordinato alle attività economiche delle singole cosche. La sua posizione era stata stralciata per ragioni di salute. Una perizia disposta dal gup ha infine accertato l'«incapacità irreversibile dell’imputato di partecipare coscientemente al processo», portando il giudice a dichiarare il non luogo a procedere.

Una conclusione giudiziaria che chiude un capitolo processuale, ma non cancella il peso storico e criminale di un boss che per decenni ha rappresentato uno dei principali centri di potere della 'ndrangheta reggina.