L’ossigeno ai morti e anche a chi non ne aveva bisogno. Nella truffa delle bombole di gas medicale stroncata dalla Procura di Reggio Calabria emergono casi estremi dal magma di un presunto sistema ben oliato: come cerniere di un ingranaggio di trasmissione, gli attori del meccanismo si incastrano gli uni con gli altri: pneumologi (in tutto quattro); dipendenti della multinazionale VitalAire che supportavano i dottori nella compilazione delle schede diagnostiche indispensabili per sostenere il sistema; medici generali su un livello intermedio; farmacie e soggetti attivi nella distribuzione per completare il quadro.

Nell’inchiesta c’è di tutto e il numero complessivo degli indagati è di molto superiore alle 12 misure cautelari disposte dal gip: le persone coinvolte sono in tutto 39. Nella catena di trasmissione a ciascuno il suo: non manca il tornaconto dei medici che avrebbero ottenuto «benefici dalla VitalAire: dispositivi costosi in comodato d’uso gratuito (polisonnografi) e finanziamenti per convegni o trasferte congressuali».

Le provvigioni e i ruoli dei dipendenti

Le intercettazioni avrebbero svelato il sistema delle provvigioni interne predisposte da Francesco Macheda, finito agli arresti domiciliari, per i suoi dipendenti. Come Isabella Maida che, all’interno della “Macheda Trasporti”, era «incaricata – si legge nel capo di imputazione – ad affiancare e condizionare l’operato del dottore Francesco Scopelliti, presso il Polo Sud dell’Asp di Reggio Calabria». Pur essendo dipendente di un’azienda privata, era lei che «provvedeva a veicolare prenotazioni di pazienti presso il Cup del presidio sanitario, occupandosi della gestione dei rinnovi dei piani terapeutici e delle correlate ricette prescrittive dell’ossigeno».

Sempre lei, in una conversazione, spiega come funzionano le provvigioni relative alla quantità dei pazienti loro attribuiti: «E che fai? Mischi le cose e poi dici no perché era già attivo! Dopo che mi rompo il culo e vai avanti e indietro, fai i documenti, questo e quello … a no ma il paziente era attivo e un cambio non te lo pago? No, io non lavoro per la gloria mi dispiace mi basta già quella del Padre Eterno. Io aiuto si, però dico io devo avere il mio tornaconto non è che mi alzo la mattina e aiuto a tutti qua. Se per me il gioco non vale la candela non mi ci applico in questo senso qua».

Intercettazioni e testimonianze

Dall’altra parte c’è il suo collega Giovanni Mallamaci, le cui parole, in un’altra intercettazione, sono la fotografia dell’inchiesta: «Da quant’è che le ricette le gestiamo noi, ma sai quante consegne in più facciamo ogni mese? tu non puoi avere manco l’idea. Noi solo, noi solo su Reggio stiamo arrivando a fare quasi duecento consegne in più. Quando mai ha fatto novecento consegne in un mese, novecento bolle… e non è che dici abbiamo fatto pazienti nuovi, perché pazienti nuovi uno ogni morte di papa ne facciamo. Ne muore uno e ne facciamo un altro, quindi non è che dici va bè hai fatto dieci pazienti nuovi quindi il lavoro è aumentato, le consegne sempre quelle sono».

Medici accusati di lucrare sui pazienti

Per uno dei medici, Attilio Fulgido, in servizio a Melito Porto Salvo, l’accusa è addirittura quella di aver minacciato un paziente a mantenere la ditta fornitrice delle bombole di ossigeno liquido: avrebbe, in particolare, minacciato l’uomo e sua moglie di non rinnovare il piano terapeutico se si fossero rivolti a un’altra azienda, diversa dalla VitalAire Italia spa.

Fulgido, secondo l’accusa, sarebbe stato alla «ricerca spasmodica di denaro», un aspetto chiarito da una telefonata con un collega medico a cui avrebbe descritto le proprie ambizioni lavorative dicendo di voler aumentare i propri guadagni con le polisonnografie: «Tu mi fai il contratto da responsabile che sono nella clinica privato sono meno del pubblico, sono 3700 euro e poi vediamo, poi vediamo lavoro, ci aggiustiamo sulle polisonno, un tot o me e un tot a te, sulla Niv, più ti faccio guadagnare più facciamo».

Il senso è, secondo gli inquirenti, che il medico preferirebbe una posizione con una retribuzione più bassa rispetto a quella del contratto libero professionale (più remunerativo ma anche più precario) ma avrebbe l’obiettivo di lucrare su alcuni esami. Un approccio in cui il paziente non sarebbe stato al primo posto. Tutto da provare, ovviamente.